ACAB CELERINI NELLA SOCIETA' VIOLENTA
Pubblicato il 26/01/2012 alle 15:43 nella categoria: News

Com’è la società vista dal casco di un celerino? Violenta, declinata dall’odio e dalla chiusura nei confronti del diverso. Così l’ha raccontata il libro A.C.A.B di Carlo Bonini (distribuito da Einaudi) e così la racconta l’omonimo film di Stefano Sollima, esordio cinematografico del regista, noto sopratutto grazie alla serie Romanzo Criminale.
Da quella fortunata serie ha portato con se Marco Giallini che interpretava Il Terribile e l’ex Bufalo Andrea Sartoretti, rispettivamente il celerino più anziano, Mazinga, e quello che ha lasciato il reparto, Carletto, a seguito dei fatti del G8 di Genova del 2001. Accanto a loro ci sono Cobra, Pierfrancesco Favino, Negro, Filippo Nigro e la nuova recluta Adriano, Domenico Diele.
Le loro storie si intrecciano si intrecciano con dei fatti realmente accaduti e a volte commentati: le violenze nella scuola Diaz di Genova definita da Mazinga come «la più grossa stronzata della nostra vita, macelleria messicana»; l’uccisione dell’Ispettore Filippo Raciti la sera del 2 febbraio 2007; il caso di Giovanna Reggiani, aggredita, violentata e uccisa da un romeno nei pressi della stazione romana di Tor di Quinto il 30 ottobre 2007; la morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri l’11 novembre 2007 per via del colpo di pistola esploso dall’agente Luigi Spaccarotella.
Un film che denuncia il sentimento di violenza ampliamente diffuso nella società contemporanea ma anche la solitudine di questi uomini. Soli, anche per l’assenza dello Stato, quando indossano la divisa e devono rimanere lucidi, per appena 1400€ al mese, nel mezzo di vere e proprie guerriglie urbane contro ultras. Soli quando escono dalla caserma, ognuno con problemi da affrontare. Ed è lì che l’unione, il gruppo, l’amicizia corporativa prende il sopravvento e riesce a farli restare a galla.
«Stare dentro un casco, dietro uno scudo di fronte ad un gruppo che ti sputa, quando va bene, senti salire l’aggressività. Ma io non sono addestrato a quello» ha ammesso Favino «Prima avevo un’opinione generalizzata del reparto mobile, ora ne ho un’altra visione».
E’ soprattutto il personaggio da lui interpretato che incarna tutti questi sentimenti contrastanti: è il poliziotto che crede nel proprio lavoro, nell’ordine che bisogna riportare nella società ed è colui, che più di ogni altro, difende il valore del gruppo. A qualunque costo. Ma nel film c’è anche uno scontro generazionale: gli anziani celerini che devono mantenere lo stauts quo e il nuovo arrivato, Adriano, che prova a sovvertire le regole del gioco in una rappresentazione positiva delle nuove generazioni.
Un film asciutto, crudo, ben diretto e recitato che non ha ricevuto alcun contributo ne ostacoli dalle stesse forze dell’ordine, divise nelle reazioni quando hanno visto il film. La bravura di Bonini prima con il libro, e di Sollima con i suoi sceneggiatori poi, è quella di non prendere parte, di raccontare dei fatti senza fornire una lettura tra le righe. Una tematica scottante che già alla vigilia dell’uscita nelle sale ha creato un gran dibattito nella rete e che continuerà nelle prossime settimane.
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