2011, RESTERA' SOLO HAVEL
Pubblicato il 21/12/2011 alle 17:24 nella categoria: World Week
Per l’ultimo numero di The Week del 2011 non avevo proprio in mente di scrivere qualcosa del genere. Anzi, avevo già programmato e comunicato “in giro” che avrei scritto altro: ossia quali sono i paradigmi, che legano economia e politica, oggi presenti nel centrosinistra italiano, e nel Pd in particolare. Nella maniera più analitica e chiara che è nelle mie capacità, avrei provato a spiegare che ormai si è giunti ad un momento decisivo, che non si può più “avere la botte piena e la moglie ubriaca”, che non si può fare l’opposizione al governo Monti a Porta a Porta di sera, e la mattina votare le riforme dello stesso Governo che (giustamente) si appoggia. Ma anche senza approfondire l’argomento(cosa che rimando al 2012 per chi vuole) si percepisce subito che si tratta di un paradosso scoppiato irrimediabilmente quest’anno, “grazie” principalmente all’arrivo inaspettato a Palazzo Chigi del professore di Varese. E dunque, ci fermiamo qui, ma non saremmo comunque andati per nulla “fuori tema”.
Il 2011 verrà ricordato, banale sottolinearlo, per la primavera araba. Ben Ali, Mubarak e Gheddafi, nell’ordine, hanno perso il potere. E in tutto il mondo arabo è cominciata una nuova fase storica dagli esiti imprevedibili, come si suol dire(ancora in questi giorni stiamo seguendo su Twitter la vicenda della Giordania). In Italia, con i distinguo giusti, sarebbe caduto pure Berlusconi, che secondo molti non diventerà più presidente del Consiglio dei Ministri.
L’Europa agli occhi di tutti sta vivendo la più grande crisi della sua storia. Una crisi economica e politica, e continuiamo a sottolineare l’ovvio. E poi, gli USA hanno ucciso Bin Laden, e insieme al mondo intero hanno pianto uno dei loro migliori geni di sempre, Steve Jobs.

Ma, in verità, il mio cambio di programma è dovuto alla scomparsa di Vaclav Havel, morto domenica scorsa nella semplicità della sua casa di campagna, al termine di lunghe e dolorose malattie fisiche. Dopo quattro giorni dall’uscita della notizia sono “il buon ultimo” che ha scritto sul “presidente dissidente”. Ma non ha importanza. Comincio a spiegare il perché facendomi aiutare dalle parole del mio amico Francesco, che su Facebook mi ha lasciato il seguente commento.
Io, personalmente, sono toccato e commosso per la morte di Vaclav Havel, e pensavo/penso che ogni militante/simpatizzante/elettore del PD dovrebbe ammirare lui piuttosto che il “Caro Leader”.. Mi sembra talmente lapalissiano che mi vergogno di avere anche solo messo in dubbio un'ovvietà del genere..!
Francesco così ha commentato un mio status in cui ironizzavo sul fatto che dei comunisti italiani, che ancora si fanno chiamare così(quindi non Pd...), hanno mandato le condoglianze in Corea del Nord per la morte di Kim Jong-il, un dittatore che si è occupato e lascia al figlio erede nucleare, armamenti, vita lussuosa e porno, mentre la popolazione muore di fame. Ecco, noi invece, nel nostro piccolo, le condoglianze le inviamo esclusivamente a Praga, la città del leader di piazza Venceslao.
La mia generazione, in media, non conosce Vaclav Havel. Di sicuro non l’ha studiato a scuola, e quando era il leader politico della Cecoslavacchia o eravamo appena nati, o senza dubbio in pochissimi “malati” seguivamo le cronache di politica estera. Ma, crescendo, per conto nostro ci siamo per certo andati a informare su chi fosse questo drammaturgo diventato presidente all’improvviso. Nel 2004 i giornali progressisti d’Europa, quindi non comunisti, hanno pubblicato un suo articolo che è considerato una sorta di suo testamento politico. Mi piace riportarne un passaggio su tutti.

“Quando sognavamo un futuro democratico noi, che all’epoca eravamo dissidenti, sicuramente nutrivamo alcune illusioni utopistiche di cui oggi siamo più che consapevoli. Tuttavia non ci sbagliavamo quando affermavamo che il Comunismo non era soltanto un vicolo cieco del razionalismo occidentale. Nel sistema comunista la razionalizzazione, la manipolazione anonima, l’enfasi sul conformismo di massa arrivarono a un livello di perfezione, ma alcune di queste stesse minacce sono tuttora presenti tra noi”.
Come già detto, in questi giorni si è scritto e letto praticamente tutto il possibile su Havel. In tanti hanno ricordato che era molto legato al Dalai Lama e a Mick Jagger, che mancherà a Lech Walesa come a Bill Clinton, al quale trasferì la passione per il jazz e Frank Zappa.
Havel era nato nel 1936 a Praga, il regime comunista, che prese il potere con un colpo di Stato nel 1948, gli impedì di andare a scuola come tutti gli altri, perché la sua famiglia, senza motivi oggettivi, era accusata di essere filo-tedesca oltre che essere “colpevolmente” borghese e colta. Già testardo completa comunque gli studi in un liceo serale e si avvicina al mondo del teatro come semplice macchinista, ma comincia subito a mettere in piedi rappresentazioni proprie, in cui fa di tutto per stimolare lo spirito critico dello spettatore.
Nel 1968 durante la primavera di Praga “tentata”da Dubcek il suo attivismo politico comincia ad essere del tutto prevalente e conosciuto, e ciò gli costerà di lì a poco 5 anni di carcere nelle celle comuniste, insieme ad altri pochi fedeli amici e dissidenti come lui. Questa esperienza sfocia nell’elaborazione e pubblicazione del manifesto Charta 77, che ha costituito la massima azione del dissenso in Cecoslovacchia, e ha cominciato ad aprire una crepa nel regime comunista di questa nazione.
Nel saggio del 1979, forse, la sua opera più famosa, “Il potere dei senza potere”, ha teorizzato il Post-totalitarismo, affermando che la gente prima o poi si sarebbe ribellata per smetterla di “vivere all’interno di una menzogna”. Diventò sempre più celebre anche all’estero come difensore e teorico del principio della non violenza, della difesa dei diritti umani e della denuncia degli abusi. Durante i grigi e drammatici settanta sotto la normalizzazione di Husak, Havel fa l’operaio in un burrificio, è continuamente spiato e perseguitato, ma attraverso il teatro perfeziona il suo modo di spiegare “l’Absurdistan” che è costretto a vivere sulla sua pelle.
Per aver immesso queste idee, nel 1989, durante lo sgretolamento dell’Urss, si ritrova ad essere il leader acclamato dalla folla per far uscire dal Comunismo la Cecoslavacchia. E così lui che era un drammaturgo diventa il primo presidente post-comunista, l’ultimo della Cecoslovacchia, e il primo della Repubblica Ceca a seguito della separazione con la Slovacchia, da lui acconsentita seppur con molto dolore, ma senza alcuna forma di violenza.
Ma negli anni novanta è stato molto più che solo il leader della rivoluzione di velluto di Praga. E’ stato a tutti gli effetti uno statista, e uno dei principali riferimenti della cultura europeista. Sempre nel 2004 ha scritto che “a noi europei spetta un incarico del tutto particolare. La civiltà industriale che ora si estende a tutto il mondo, ebbe le sue origini in Europa. Tutti i miracoli che essa rende possibile, così come tute le terribili contraddizioni che essa comporta, possono essere considerati un ethos che in origine è stato europeo. Perciò l’unificazione dell’Europa deve essere d’esempio al resto del mondo, deve dimostrare come far fronte ai vari pericoli e alle barbarie di cui oggi siamo preda. In realtà, una simile missione - strettamente correlata al successo dell’integrazione europea - costituirebbe l’effettiva concretizzazione del senso europeo di responsabilità globale e senza alcun dubbio rappresenterebbe una strategia migliore rispetto a quella di limitarsi a stigmatizzare l’America per i problemi che affliggono il mondo contemporaneo”.

Sembra proprio che l’abbia scritto in questa fine di 2011, rivolto ai leader europei di oggi, in maggioranza conservatori, che si combattono con socialdemocratici altrettanto incapaci di spiegare questo mondo, e quindi di fornire soluzioni ai problemi piccoli e grandi, interni ed esterni. Havel individua(va) nella libertà, nell’eguaglianza e nella solidarietà, legittimate nei fatti, i fondamenti stessi della stabilità e della prosperità delle democrazie occidentali.
Quando a sinistra ricordiamo con orgoglio di essere non comunisti, indichiamo il non comunismo (anticomunismo se preferite) di Havel come l’unico che davvero ci appartiene a tutto tondo. L’unico capace di disintegrare “la menzogna” dei regimi totalitari comunisti perché non spara nemmeno una pallottola, con o senza piombo; pagando, però, l’altissimo prezzo del sacrificio della propria libertà e del proprio fisico per la collettività, per anni e anni senza sapere se e quando tutto finirà e arriverà un 1989.
Credo di aver spiegato in modo chiaro il perché io condivida, da ogni punto di vista, le parole del mio amico Francesco citate all’inizio. Noi siamo orgogliosi di commuoverci ed avere nostalgia per uomini come Havel. E nel nostro agire, relativamente infinitesimale, proviamo ogni giorno a dare concretezza alle idee e alle utopie di leader democratici come lui. Riferimento ideale e reale per la nostra cultura riformista ed europea.
Grazie presidente, che la terra ti sia lieve.
Tag: vaclav havel, repubblica ceca, leader democratici
