IL RITORNO DEGLI INDIGNADOS
Pubblicato il 26/07/2012 alle 16:26 nella categoria: World Week
Di Laura Cervellione
Negli ultimi tempi si poteva leggere di un supposto tramonto del movimento degli “indignados”, fino alla prova contraria giunta la settimana scorsa, con l’annuncio/confessione del governo spagnolo della crisi bancaria, più o meno un “cari tutti, qui non abbiamo più un soldo”.
E pensare che fino al 2008 i conti dei nostri cugini spagnoli erano in ordine, con il Pil che trainava la media europea, il deficit sotto la soglia fatidica del 3% e il debito pubblico che non superava il 50-60% del prodotto interno lordo. A far tremare le casse statali è lo spettro della bancarotta che agita varie regioni iberiche: dopo la comunità di Valencia e la Murcia, anche la ricchissima Catalogna ha un buco di 42 miliardi di euro e non sa come rifinanziare i debiti in scadenza. E probabilmente toccherà chiedere aiuto al governo centrale anche all’Andalusia, come ha prospettato El País. Il termometro madrileno dello spread ha registrato implacabile l’informazione dell’imminente bailout infervorandosi oltre quota 600 punti e, come da vecchio teorema, ha infettato anche noi, tornati a saggiare i livelli ansiogeni ante-governo tecnico.
Ma sono anzitutto le piazze spagnole a essere tornate a incendiarsi. All’annuncio dell scorsa settimana del rischio crac, arrivato per bocca del ministro del Bilancio Montoro, erano in centomila a affollare le vie della sola Madrid almeno stando a un calcolo di El País. Fin dagli albori la protesta ispanica si è presentata composita, da quando la primavera dell’anno scorso una convergenza di diversi movimenti (No les votes, Joventud sin futuro, Demoracia real YA!) si è posta l’obiettivo di scuotere le cosiddette “masse critiche” .
Dalla prima invasione delle piazze spagnole, gli attivisti del Movimiento 15-M, poi ribattezzati “indignados” sulla scorta del libricino del novantaquattrenne ex partigiano Stéphane Hessel Indignez-vous!, sono riusciti a mobilitare mezza Europa in un’astratta “guerra contro la finanza internazionale”, che da Internet è rimbalzata sulle strade. Astio, malcontento, sabotaggio, più sinteticamente un globale No!, sono formule e toni campeggianti sui loro manifesti. “Se ci volete morti sparateci” recitano funerei i cartelli. Alcuni indossano la maschera bianca del secentesco cospiratore inglese Guy Fawkes, celebrato nei fumetti “V per Vendetta” e simbolo spendibile contro tutti i “regimi”, come già successo in era thatcheriana.
Per forme e contenuti il movimento ricorda quello nostrano di Beppe Grillo: sicuramente sul piano simbolico sono simili gli accenti mortiferi, così come sul piano mediatico si ravvisa la stessa complicata parentela con la rete. Quanto al messaggio, scorrendo il manifesto di Democracia real YA! vi si trovano elencati una serie di provvedimenti anticasta, misure contro la disoccupazione e contro lo strapotere finanziario, riduzione delle tasse, misure punitive verso gli speculatori complici della crisi a cominciare dalla Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie.
Ma il dna dell’irritazione alberga anzitutto nell’afflato protestatario contro lo “status quo”: bersaglio principale è il nemico indistinto Capitalismo, trattato come ipostasi univoca. C’è il respiro internazionale, ma c’è anche l’alzata di scudi contro i dettami draconiani europei per i quali alternativa non c’è se non quella di contrarre le spese (e di molto pure, 65 miliardi sono i tagli promessi da Mariano Rajoy come contropartita agli aiuti della Troika). In rete si mescolano messaggi eterogenei, si va da confusi proclami ambientalistici e terzomondistici alle crociate in favore della tecnologia e della libertà del web. Pullulano gli appelli alla resistenza passiva, inviti dal sapore antisistemico a non usare l’energia, soprattutto quella elettrica visto che la bolletta della luce costa in media 36 euro in più al mese. Tra i loro consigli: la sera bisogna spegnere la luce e usare le candele; va sacrificato perfino l’uso del primo vettore libertario dei cyber-attivisti, il computer.
In generale, s’incita a boicottare i consumi, visto che l’ultima tegola governativa è stata l’aumento dell’Iva di tre punti (dal 18 al 21%).
Per i troppi tagli gli scioperanti la scorsa settimana hanno camminato per giorni dai quattro angoli della penisola iberica per giungere alla Puerta del Sol, luogo simbolo della loro protesta. Sfilano con le maglie nere, in segno di lutto, si buttano per strada stecchiti simulando d’esser morti. Per questo la marcia dei disoccupati su Madrid non è che l’ultima puntata di una guerra di tramortiti che calcherà le calli ancora a lungo. E con buone ragioni da vendere, che fare l’inventario dei colpi assestati al ceto medio impiegatizio iberico, piegato dalle baionettate del rigore, è effettivamente opera penosa. A essere caduti sotto le granate dell’austerity sono anzitutto i funzionari pubblici, i cui stipendi sono stati decurtati tre volte in due anni. A Natale per loro niente tredicesima, come da ultima decisione governativa. Sono ultracinquantenni dagli stipendi erosi, se non sono stati addirittura licenziati. Ma ci sono anche le centinaia di migliaia di sfrattati dalle loro case, effetto della crisi dei mutui dopo lo scoppio di quella bolla immobiliare figlia di una politica edilizia largheggiante. Adesso a migliaia scendono in piazza per rivendicare affitti calmierati.
Abitazioni vuote e neobarboni ai lati dei marciapiedi: sono le tristi cartoline post-crisi. La nuova riforma del lavoro consente piani di ristrutturazione tranchant come quello di Canale 9: la tv di Valencia ha annunciato che licenzierà il 76 % del personale (1295 dipendenti). Ironia della sorte, sempre nella comunità autonoma valenziana spicca l’emblema degli sprechi, l’aeroporto-fantasma di Castellón. Costato miliardi alla dissestata regione e ci fosse un aereo che decolla. Proprio lì, l’infelice coincidenza dell’inaugurazione la scorsa settimana di una statua dedicata alla mente del progetto aeroportuale, Carlos Fabra: un «simbolo della rovina», l’ha bollata fatalmente il New York Times.
I tagli fino al 50-70% dei sussidi ai senza lavoro aumentano lo sconforto per quel quasi 25% di popolazione rimasto a piedi. Altrettanto preoccupante è la decurtazione dell’assistenza sanitaria per gli anziani: 260 mila ultraottantenni rimasti senza cure mediche gratuite.
Ma a capeggiare le masse è la categoria più funestata dalla disoccupazione, una gioventù totalmente esclusa dai processi produttivi e che per mettersi in mostra s’è fatta internettiana e stradaiola. Qui in Italia registriamo il picco mai toccato del 36%, ma in Spagna il dato dei giovani senza lavoro è ai limiti del tragico, il 52,1%. Uno su due. Nell'ultimo anno l’emigrazione degli under45 è cresciuta del 44%. La statistica sicuramente illumina quel che può covare nella testa di questi ragazzi nerovestiti carichi di disegni apocalittici e mobilitati dal proposito fumoso della rottamazione a ogni livello di questo sistema-mondo.
L’Internazionale indignata, che dall’incubatrice madrilena ha attraversato Usa, America Latina, tutta la vecchia Europa, fino a Israele, Nord Africa e Australia, è già il ricettacolo del ribellismo giovanile su scala globale. Michael Walzer ha osservato in un intervento pubblicato su Reset che il Movimiento 15-M ha assunto la funzione essenziale di mobilitare le persone oppresse e discriminate verso il cambiamento, cosa che i politici in fondo non possono fare, essendo il loro mestiere quello del compromesso e della navigazione con i venti a favore. Così che l’ingrato compito di lottare controvento e invertire rotta spetta al movimento, inalberando la protesta sociale e costringendo politici e opinione pubblica a recepire le nuove urgenze. Walzer fornisce una chiave per comprendere e non denigrare il movimento fratello maggiore degli indignados, Occupy Wall Street.
We are the 99%, dicono oltreoceano, ma la gioventù occidentale sottostante allo slogan non ha un’identità riconoscibile se non una vaga attitudine barricadera che fa seguito all’impoverimento post-depressione del 2008. L’immagine di un divario insanabile tra chi tiene le redini e chi aspetta a capo chino la prossima tegola è la misura del vero spread di una Spagna spaccata in due, con l’inerme soma popolare caricato dei maggiori costi del risanamento mentre supermanager e guru finanziari continuano indisturbati a mangiare ostriche ghiacciate a bordo piscina.
In questo frangente, la sovrana decisione del re e di suo figlio Felipe di dare una “spuntatina” del 7% al loro vitalizio (da 290 a 270 mila euro quello di Juan Carlos, da 145 a 135 quello del princeps) suona come l’irritante contentino che arriva dall’aere ovattato dei vertici piramidali, appena solleticati da quei numeri e grafici finanziari tanto drammatici per la gran massa delle persone.
