LAVORO: LA RIFORMA SPAGNOLA
Pubblicato il 23/02/2012 alle 14:33 nella categoria: World Week
Di Thomas Gualtieri
Gli spagnoli paventano che le norme su cui si articola la neonata riforma del mercato del lavoro targata Rajoy pesino come macigni sul loro futuro, e le manifestazioni di protesta che domenica scorsa si sono svolte in tutto il paese lo confermano chiaramente. Il fronte che si oppone alle nuove regole ha reagito compatto: CC OO e UGT, le centrali sindacali più importanti, si sono unite nella protesta; lo slogan comune - “No alla riforma del lavoro. Ingiusta. Inefficace. Inutile” – è stato fatto proprio anche dagli indignados del gruppo 15M, sebbene qualche frangia del movimento abbia dichiarato il proprio dissidio rispetto all’intero sistema, sindacati inclusi. Ma soprattutto tante, tantissime persone sono scese in piazza: mezzo milione a Madrid (50000 secondo le autorità di polizia, la guerra di cifre che ammanta ogni evento con una grande partecipazione popolare è una caratteristica che la Spagna condivide con l’Italia) e 400000 a Barcellona (30000 secondo fonti ufficiali), oltre a corpose dimostrazioni anche a Valencia, Saragozza, Alicante, Siviglia, per un totale di 57 città coinvolte.
La gente non ci sta, e fronteggia un governo che dopo appena due mesi dal suo insediamento si trova a fare i conti con una enorme manifestazione di dissenso rispetto alla sua politica. Raramente un esecutivo così “giovane” aveva avuto a che fare con una reazione così forte ad un suo provvedimento. Ma con la riforma ci si addentra in un terreno minato, fatto di 5,3 milioni disoccupati e quasi un giovane su due che non trova lavoro. Un punto che i sindacati hanno voluto sottolineare: sono state infatti Silvia Sazatornil e Cristina Bermejo, responsabili del movimento giovanile rispettivamente di UGT e CC OO, a leggere sul palco di Madrid il manifesto alla base della protesta. Protesta che le organizzazioni dei lavoratori hanno intenzione di continuare, anche se ancora non hanno esplicitato come. Le voci di uno sciopero generale sono nell’aria, ma nessuno lo conferma. «Se lo sciopero sia inevitabile o meno lo deciderà il governo», ha dichiarato Ignacio Fernández Toxo, leader delle CC OO, a cui ha fatto eco Cándido Méndez, suo alter ego alla UGT, che si è trincerato dietro la volontà di parlare dei contenuti della riforma, senza scadere nella polemica circa l’opportunità di porre in essere ulteriori atti dimostrativi.
Ma quali sono questi contenuti, per cui il nuovo esecutivo si è così alacremente speso e che hanno però indotto così tanta gente a scendere in piazza? Il fulcro del nuovo assetto va sicuramente rintracciato nel pesante giro di vite in tema di interruzione del rapporto di lavoro. Chiunque venga assunto con le nuove norme, infatti, avrà diritto in caso di licenziamento ad un indennizzo massimo di 33 giorni per anno di lavoro, con un compenso che non potrà superare l’equivalente di 24 mensilità. Condizioni molto più restrittive rispetto ai 45 giorni con limite di 42 mensilità previste dalla vecchia normativa. Per i lavoratori che già hanno un contratto invece, i nuovi termini si applicano solo a partire dall’entrata in vigore della riforma, mentre per gli anni lavorati fino ad ora si continuerà ad applicare il precedente regime normativo.
Oltre che più economico, licenziare sarà più facile: le aziende che avvieranno un Expediente de Regulación de Empleo (ERE), ovvero l'iter necessario per ridurre la giornata lavorativa o per licenziare i propri dipendenti a fronte di uno stato di crisi, si troveranno in condizioni molto più agevolate: il diritto a corrispondere ai lavoratori oggetto del provvedimento l’indennizzo minimo di 20 giorni per anno lavorato, (con massimo di 12 mensilità) rimane immutato, ma il nulla osta dell’Autoridad Laboral non sarà piú necessario. Punto fondamentale quest’ultimo: fino ad ora infatti, alle imprese conveniva scendere a patti con le rappresentanze di base dei lavoratori: nonostante si vedessero costrette a corrispondere compensi più elevati, in assenza di irregolarità giuridiche l’Autoridad Laboral soleva accettare l’accordo raggiunto autonomamente dalle parti. Ora invece, all’impresa basterà invocare una delle cause giustificative del licenziamento - per altro ampliate dalla riforma - ed al lavoratore non resterà altro da fare che ricorrere al giudice.
A questo panorama deve poi aggiungersi che le imprese potranno ricorrere al licenziamento collettivo non solo se il loro stato di perdita economica è già conclamato, ma anche in caso di perdite “previste” o di diminuzione delle vendite durante tre trimestri consecutivi. Una specie di licenziamento di massa preventivo insomma, a cui si aggiunge la deroga, in vigore fino al 31 dicembre 2012, che permette di concatenare contratti a tempo determinato fino ad un massimo di 24 mesi.
In questo quadro così restrittivo si intravede però qualche misura relativa all’impiego giovanile. Sono previste delle agevolazioni fiscali per le piccole e medie imprese che assumano lavoratori con meno di 30 anni, anche se il primo anno di contratto sarà un periodo di prova dai contorni ancora poco chiari. Le imprese potranno inoltre godere di sgravi nel pagamento dei contributi per la previdenza sociale in caso di assunzione di un disoccupato di lungo corso con più di 45 anni di età, e misure simili verranno applicate per incentivare l’assunzione di donne in settori dove l’impiego è prettamente maschile.
Dopo l’approvazione di un pacchetto di norme che punta a cambiare profondamente il mercato del lavoro spagnolo e le conseguenti manifestazioni con un’altissima partecipazione popolare non potevano mancare le reazioni politiche, che infatti non si sono fatte attendere. Così, mentre la gente scendeva in strada, nella Siviglia storica roccaforte socialista e oggi governata dai popolari il premier Mariano Rajoy chiudeva il congresso del suo partito con toni roboanti, ai limiti del drammatico. Non ha avuto parole dirette per i sindacati, il primo ministro, ma si è rivolto direttamente agli spagnoli che manifestavano: «a chi protesta dico: sapete che ci sono madri che stanno facendo miracoli e padri di famiglia che non sanno quando potranno lavorare di nuovo? Sapete che il governo si sta dando da fare proprio per fronteggiare tutto ciò?» ed ha aggiunto che «la riforma non farà miracoli, non basta mettere le ruote ad una macchina perché cammini. Ma stiamo lavorando con in mente tutte quelle persone che non hanno un posto di lavoro. La gente ci ha votato per questo e si aspetta che adottiamo queste misure».
Di tono totalmente opposto le reazioni socialiste, rispetto a quelle di un Rajoy che ha sorprendentemente lasciato intendere che siano gli spagnoli a chiedere misure tanto drastiche. Alfredo Rubalcaba, segretario del partito socialista e candidato PSOE uscito sconfitto dalle elezioni, ha bollato la riforma come «arbitraria, che rompe gli equilibri ottenuti attraverso la negoziazione collettiva a favore degli imprenditori che potranno fare il bello e il cattivo tempo nelle proprie aziende, che aumenta l’insicurezza dei lavoratori e non aiuta la domanda». Parole ferme, a cui però è curiosamente seguita una dichiarazione di “libertà di coscienza” rispetto alla partecipazione dei parlamentari socialisti alla manifestazioni. Attitudine che rivela forse l’intenzione di portare avanti la battaglia per vie prettamente parlamentari: il leader socialista si è infatti incontrato con quelli di CC OO e UGT, ed ha annunciato una lotta del gruppo socialista a suon di emendamenti, molti dei quali integreranno le proposte dei sindacati. Una via tutta politica insomma, confermata anche dalle parole di Elena Valenciano, vice segretario del PSOE: «la riforma non è altro che un riaggiustamento ideologico celato dietro la crisi economica, che sbilancia le relazioni di lavoro in totale favore degli imprenditori, con un indebolimento fortissimo dei lavoratori e dei sindacati che li rappresentano», ha chiosato la numero due del partito.
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