SPAGNA E ITALIA GOVERNI A CONFRONTO
Pubblicato il 29/03/2012 alle 14:16 nella categoria: World Week
Di Thomas Gualtieri
Il 16 novembre 2011, dopo quasi vent’anni di berlusconismo, Mario Monti ha giurato nelle mani del Presidente Napolitano e con il suo governo tecnico ha preso in mano le redini dell’Italia.
Poco più di un mese dopo, il 21 dicembre, Mariano Rajoy è finalmente riuscito ad essere eletto primo ministro in Spagna, dopo due mandati consecutivi ed otto anni di governo socialista. Un insediamento quasi contemporaneo ha dato luogo in entrambi i paesi ad una netta sterzata rispetto alle politiche attuate dai precedenti esecutivi, con la profonda crisi che attanaglia l’economia mondiale che ha inevitabilmente imposto un denominatore comune alla loro azione. Molti punti condivisi, che però non impediscono di domandarsi se tutto quello che è stato fatto nei due paesi in questi primi mesi di governo debba necessariamente essere visto sotto la stessa luce.
Misure economiche fondamentali dunque, in Spagna come in Italia. A Madrid, non a caso, il provvedimento che ha suscitato le reazioni più aspre tra quelli fin qui posti in essere dal governo Rajoy è stata una riforma del mercato del lavoro approvata marginalizzando le parti sociali e sfruttando appieno l’ampia maggioranza parlamentare di cui dispone.
Una riforma dura, fortemente contestata dai partiti di opposizione e dalle migliaia di persone scese in piazza dopo che i sindacati hanno convocato manifestazioni in tutto il paese, ma anche da molte tra le alte sfere della magistratura del lavoro. Quelle in tema di economia ed occupazione sono state per forza di cose le mosse del governo popolare che hanno fatto più rumore, ma il nuovo esecutivo si è spinto molto più in là e ha già demolito pezzo per pezzo buona parte di quanto fatto dal governo Zapatero negli anni passati. Oltre ad aver soppiantato con la sua riforma del lavoro quella socialista approvata nel 2010, Rajoy ha colpito duro negli ambiti più svariati, dalla politica energetica alla memoria storica, oltre ad aver annunciato di voler fare altrettanto in materia di aborto e istruzione. Tutte iniziative radicali, dalla sostituzione della moratoria per il nucleare con una per le energie rinnovabili approvata lo scorso 27 gennaio, alla soppressione dell’ufficio “de víctimas de la Guerra Civil y de la dictadura”, la cui istituzione era stata uno dei provvedimenti di punta del governo PSOE. Colpi di spugna dati in maniera repentina, senza eterne ed ingarbugliate soste nelle aule delle commissioni parlamentari.
Visto il ritmo sostenuto con cui operano i ministri di Rajoy, non si fa fatica ad immaginare che l’insegnamento dell’educazione civica introdotto nelle scuole dai socialisti, ed accusato dall’allora opposizione PPE di “indottrinare gli studenti”, abbia le ore contate. E non ci sarà neanche da sorprendersi se la legge pro-aborto approvata del 2010 sarà abrogata, dato che più voci governative hanno bollato come inconcepibile il fatto che l’attuale disciplina permetta ad una ragazzina di sedici anni di interrompere la propria gravidanza senza il consenso dei genitori.
In Italia, al contrario, le cose non vanno così spedite. Il governo che Monti ha ricevuto l’incarico di formare è stato chiamato appositamente per assolvere compiti dettati dall’emergenza, senza ricevere alcuna legittimazione politica dalle urne. Con l’approvazione delle misure strettamente inerenti all’economia e al bilancio, i pacchetti di riforme “Salva Italia” e “Cresci Italia”, Il professore e i suoi ministri sembravano essere partiti a spron battuto. Non ci si dovrebbe sorprendere, visto che l’intervento dei tecnici è praticamente sempre associato a situazioni di urgenza di natura prettamente economica. Ma gli intoppi non hanno tardato ad arrivare. Le liberalizzazioni che il governo ha tentato di introdurre sono state fatte immediatamente oggetto di lotte, proteste, e soprattutto di pressioni dei gruppi di potere su un parlamento in cui molto di quanto proposto si è vistosamente annacquato. La riforma del lavoro che ha visto la luce nei giorni scorsi è stata frutto di un meccanismo di concertazione che non ha certo contribuito ad oleare gli ingranaggi della macchina governativa e che si è oltretutto concluso senza che si raggiungesse un’intesa unanime, visto che il governo ha tirato dritto per la propria strada nonostante il disaccordo della Cgil e le rimostranze di alcuni partiti.
E quando si nomina la RAI o si annuncia l’intenzione di riformare la giustizia i distinguo e le minacce di negare la propria fiducia da parte di alcuni componenti della maggioranza arrivano prontamente. Non è peregrino quindi pensare che qualsiasi riforma e provvedimento tra quelli annunciati nelle trentaquattro pagine del dossier pubblicato dal governo dopo i suoi primi cento giorni di attività (in tema di scuola, turismo, infrastrutture, energia e digitale, banda larga) possa arenarsi di fronte alle perenni divisioni politiche con cui deve necessariamente fare i conti, sostenuto com’è da una maggioranza parlamentare creata artificialmente. Una condizione che potrebbe a maggior ragione verificarsi ogni qualvolta si miri ad intaccare i privilegi di un gruppo di interesse collegato a doppio filo con qualche manipolo di parlamentari: le già citate liberalizzazioni e gli aspri confronti sull’assegnazione delle frequenze televisive ne sono una dimostrazione lampante.
Le differenze tra i primi mesi del nuovo governo spagnolo e quelli del nuovo governo italiano appaiono dunque evidenti, nonostante il terreno su cui si muovono sia condiviso in una misura abbastanza ampia. Ovviamente, il carattere dissimile dei due esecutivi non può che ripercuotersi sul loro operato: un governo tecnico è provvisorio per sua natura, chiamato al momento di realizzare qualcosa di ben preciso per poi cedere nuovamente il passo a chi non era stato capace di farlo.
Proprio i tecnici hanno permesso al nostro paese di raggiungere grandi traguardi, come quello di riuscire a rispettare i parametri che Maastricht impose per aderire all’Euro. Ma mentre all’inizio degli anni novanta Tangentopoli aveva determinato il collasso del sistema partitico stavolta sono tutti ancora lì, e Monti deve necessariamente confrontarsi con loro. Sono infatti proprio i partiti, accozzati in una disordinata e fragile maggioranza parlamentare, a garantire al governo del professore i numeri indispensabili per governare, numeri che invece rappresentano un saldo punto di forza per il governo di Rajoy, uscito dalle urne conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. Un esecutivo pienamente politico quello spagnolo, che va avanti forte del suo risultato elettorale. Ma quale che sia l’effetto di quanto Rajoy metterà in pratica negli anni a venire, alla fine del suo mandato dovrà comunque fare i conti con un elettorato che negli ultimi anni ha chiaramente dimostrato di votare compattamente “contro”, condannando senza appello alla sconfitta chi non ne ha rispettato le aspettative o peggio ancora ne ha tradito la fiducia. Non va dimenticato che l’alternanza degli ultimi anni è figlia proprio di questo comportamento elettorale. Nel 2004, José María Aznar perse le elezioni per aver mentito in merito attentati terroristici di Madrid, attribuendoli all’ETA per nascondere la reale matrice islamica integralista e la connessione con l’invio di truppe in Iraq deciso dal suo governo. Anche le ultime elezioni sono state principalmente un atto di sfiducia verso Zapatero ed il PSOE, molto più contestato ed impopolare in patria di quanto non apparisse fuori dai confini spagnoli. Alla lunga insomma, il compito di Rajoy non sarà necessariamente più agevole di quello di Monti.
La scelta di indire elezioni anticipate da parte del precedente governo spagnolo ha sicuramente aperto strade diverse dai varchi che in Italia si sono creati per l’operato di Napolitano, che ha agito vista l’assenza di quel passo indietro definitivo che avrebbe riportato gli italiani alle urne. Le prospettive che si sono aperte nei due paesi sono sicuramente diverse, ma la complessità degli scenari odierni impedisce di prevedere quali delle due condizioni si rivelerà, se non nettamente migliore, quantomeno più sostenibile.
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